Io nella vita ho cambiato una volta sola casa, quando a 5 anni traslocai da S. San Giovanni a ponte Lambro. Ma non è questo il cambiamento di abitazione di cui vorrei parlarvi oggi, d’altronde chi l’ha deciso che a dovermi essere spostato debba essere io? per me il trasloco più traumatico fu nel 2020 ed ad andarsene per prima fu mia sorella Sara che andò a convivere con l’uomo che sposerà quest’anno a giugno, e già questa fu una bella botta a livello emotivo poiché non ci siamo mai separati anzi non riusciamo a stare lontani nonostante due caratteri opposti ma soprattutto due visioni della vita diverse (almeno allora) poi a lasciare la casa almeno con la testa fu mia madre che in quel luogo in vent'anni non ha vissuto cose belle diceva che su ogni muro c’era uno schizzo del suo sangue. Perciò comprò una casa all’asta a S. Giuliano, tutta da sistemare ma almeno gettò le basi per quella che io chiamo la sua rinascita. La convinse anche il fatto di lasciare a me e al mio primo amore Alessandra il nostro primo nido d’amore. Una settimana prima che finissero, lavori a S. Giuliano io e Alessandra ci lasciamo e il 5 agosto mori un mio caro amico non è chiaro il come sia di fatto che è volato dal 7 piano non contento il fato pensò; bha facciamogli pure perdere il lavoro a sto ragazzo che di sfighe non ne ha. E così non mi rinnovarono il contratto da burgez. Mia madre già con le valigie pronte mi chiese di rimanere per qualche tempo ma mi rifiutai anche in malo modo ricordo che gli urlai in faccia: tu vuoi scappare dai tuoi fantasmi ora li vedo anche io. Lei si pietrificò e piangendo si chiuse la porta dietro che schifo che feci. Sta di fatto che ero solo in un posto che fino a qualche giorno prima pullulava di vita, ove ora riecheggiava un silenzio assoluto e visioni di ricordi di come era e di come sarebbe potuto essere con Alessandra. Iniziai a odiare quel luogo che non reputavo più caso perché come dice Tirava in Naruto (anime per i profani): Casa è dove c’è qualcuno che ti aspetta. E li mi aspettava il misto di profumi che ricordo ancora tutti: Mia madre Jadore, Laila un profumo cinese alle rose Rihab acquolina allo zucchero filato e Sara il SI di Armani, e quello della pelle di Ale che usava un acqua profumata alla fresia, tutto svani e lascerò il posto all’odore acre della cocaina ed ad aspettarmi c’era qualche amico tossico/a solo per tenermi compagnia ma soprattutto tanta solitudine che stavo affrontando nel modo sbagliato. Del resto non puoi fare una foto al sole sperando che di notte ti scaldi. In quel periodo davvero non sapevo cosa mi mancasse proprio perché mi mancava tutto ciò che era vita, abitudine anche non bella per esempio le bambine che litigavano perché una delle due aveva usato qualche vestito dell’altra, mi mancavano le urla di Sara che si lamentava che doveva scrivere la tesi per qualcosa, mi mancava l’Asperino che iniziava ad abbaiare appena giravo la chiave, i tragicomici tentativi di Ale che provava a insegnare a mia madre a usare Instagram. Aprivo la porta e nessun abbaio e nessun buongiorno amore mio ma solo l’eco e questo faceva sembrare quel trilocale più grande e io più piccolo. Un giorno trovai delle mutande di simil pizzo fucsia e non odoravano di fresia, chissa di chi, quello fu una sorta di segnale che avevo perso totalmente il controllo per non ricordarmi chi fosse entrato in casa. Non potevo più stare solo e gestire tutto, in più stavo finendo anche i soldi cosi mi venne in mente di subaffitare le stanze vuote a vari spacciatori, cosi da non farmi mancare mai la droga, cosi mi chiusi in casa e mi costrui la mia prigione e mi chiusi in casa tranne per andare a prendere da bere o per andare a trovare mia madre che poverina assistiva inerme alla mia autodistruzione finchè non iniziai a lavorare da aprez coup ma fu solo una boccata d’aria prima di inabissarmi di nuovo dopo averlo lasciato. Il buco che avevo dentro era una voragine e non e verò che se guardi dentro l’abisso anche l’abisso ti guarda dentro non ti guarda nessuno e basta, tutto ciò duro fino a che conobbi Monica ma quella è la storia che mi ha portato qui.
Abed Rahman Lhalal
Nessun commento:
Posta un commento