La musica. Un concetto universale compreso globalmente dall’alba dei tempi, non dissimile dal rito del pasto. Ne ho trovata una vera affinità solo dopo aver passato ventiquattro anni su questa terra, quando mi ritrovai in un locale dove il concept era l’hard music: bassi pesanti, veloci, e distorti: praticamente cassa dritta ad alte frequenze: fu come colpo di fulmine per me. In quella nottata autunnale, ballai sulla stessa piastrella all’interno di quel locale a occhi chiusi per diverse ore. Ero circondato da numerosi avventori, ma, per me, era come se fossi stato tutto il tempo da solo, ipnotizzato e rinchiuso volutamente sul mio quadratino, come in uno stato di trance totale, anche se, nella pratica, ero completamente sobrio. Se avessi avuto dei calzari più pesanti, probabilmente ne avrei scavato l’impronta. Il beat era sincronizzato con il mio battito cardiaco, ed io lo accolsi completamente con tutti i miei sensi, inclusi quelli di cui non ero a conoscenza… credo che questa sensazione prenda il nome di sinestesia, e fu come un risveglio per me; per la prima volta in diversi anni è come se non sentissi più l’ansia, le distrazioni, i pensieri negativi, ma puro flow: concentrazione assoluta. Imparare a concentrarmi per lungo tempo e domare l’ansia fu la svolta per me: e la musica ne era la chiave. Naturalmente cominciai a frequentare assiduamente questi eventi nei mesi a venire, e l’autoipnosi che mi concedeva mi svelò finalmente un obiettivo: inseguire una carriera nel mondo della musica, e tale quale si dice che un uomo senza obiettivo è schiavo di ogni suo vizio, e quindi, grazie a lei, il mondo che conoscevo si manifestò in modo totalmente diverso a me. Eliminai di volta in volta molte delle cattive abitudini che mi rendevano la persona di cui non ero fiero; ad esempio, nell’ammirare la bellezza nelle altre persone, imparai anche a vederla in me stesso, anche se velocemente, mi accorsi che, al giorno d’oggi, la bellezza superficiale è facile da ottenere, ma è quella interiore che è rara e fa la vera differenza tra gli uni e gli altri. E quindi, scoprii che la ricchezza pecuniaria non è l’unica fonte di ricchezza che una persona può accumulare; un concetto che va molto controcultura rispetto le mie origini. Dopo diversi mesi, finalmente toccò a me stare dietro alla console, a trasmettere le mie emozioni in tempo reale, attraverso le onde sonore, sincronizzarmi con la pista, in ogni sorriso e ogni smorfia d’approvazione, ritrovai un senso di riconoscimento e di gioia che ricercavo da anni, e da lì, che si tratti di un festino in mezzo ai boschi, un rave dentro un fabbricone abbandonato, o un club che ospita migliaia di persone, non mi fermai più, perché ricercare quel senso di liberazione, divenne il mio Ikigai, ovvero, lo scopo nella vita.
Fabrizio Jiang
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