La prima volta che consapevolmente ho messo una maschera alla mia personalità avevo 13 anni. Ora ne ho 28 e non le conto neanche più. Ho attraversato momenti in cui non sapevo più chi ero e l’unica soluzione era trovare l’ennesimo travestimento. In un romanzo che ho letto dove il protagonista, attore di teatro, dice “quando indossi una maschera tu le lasci una parte di te e tu prendi una sua parte. Spesso, osservando, mi chiedo se qualcuno riesca non indossare una maschera per compiacere, per compiacersi o per difendersi, la società ci impone di indossarle e probabilmente è cosi che va il mondo. Spesso le mie emozioni vanno fuori controllo e mi chiedo sono finalmente libero? O è un’altra farsa dietro la quale mi nascondo per sentirmi meno responsabile? C’e un divario enorme tra chi sono e chi credo di essere, questo spazio lo riempio di illusioni più o meno credibili. A volte mi chiedono cos’ho, sembri pazzo mi dicono, sono i miei tentativi di sbucciare quella cipolla che è la mia personalità, ma sotto ogni strato ne trovo un altro. La domanda fondamentale è cosa rende, una volta che la maschera ti aderisce al volto come silicone, diversa dalla realtà? Perché continuare a scavare, a rimuginare, a farsi domande. Forse dovrei vivere e basta.
Oliviero Corochano
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