martedì 21 aprile 2026

Maschere

La prima volta che consapevolmente ho messo una maschera alla mia personalità avevo 13 anni. Ora ne ho 28  e non le conto neanche più. Ho attraversato momenti in cui non sapevo più chi ero e l’unica soluzione era trovare l’ennesimo travestimento. In un romanzo che ho letto dove il protagonista, attore di teatro, dice “quando indossi una maschera tu le lasci una parte di te e tu prendi una sua parte. Spesso, osservando, mi chiedo se qualcuno riesca non indossare una maschera per compiacere, per compiacersi o per difendersi,  la società ci impone di indossarle e probabilmente è cosi che va il mondo. Spesso le mie emozioni vanno fuori controllo e mi chiedo sono finalmente libero? O è un’altra farsa dietro la quale mi nascondo per sentirmi meno responsabile? C’e un divario enorme tra chi sono e chi credo di essere, questo spazio lo riempio di illusioni più o meno credibili. A volte mi chiedono cos’ho, sembri pazzo mi dicono, sono i miei tentativi di sbucciare quella cipolla che è la mia personalità, ma sotto ogni strato ne trovo un altro. La domanda fondamentale è cosa rende, una volta che la maschera ti aderisce al volto come silicone, diversa dalla realtà? Perché continuare a scavare, a rimuginare, a farsi domande. Forse dovrei vivere e basta.

Si riparte

In quest’anno di carcerazione personalmente mi sento di aver dovuto ricominciare/ stravolgere il mio percorso 3 volte. La prima quando scelsi di salire 2 piani e imbarcarmi alla nave all’inizio fu difficile se si può dire non tanto per i gruppi o le regole ma ricordo che facevo fatica a legare con chi non appartenesse al micro mondo della cella, che ai tempi era la 407, forse perche venivo da un esperienza dove mi hanno deluso, ho deluso e mi sono deluso. In poche parole più che dal guscio dovevo uscire dalla cella. Ma dura poco questa fase grazie anche ai compagni  marinai, soprattutto al mio concellino che letteralmente mi prese sotto la sua ala e  mi aiutò molto a capire come funziona il mondo dei bravi ragazzi. Non nego che mi ha aiutato a capirmi a non mentire a me stesso e non piangermi più addosso, ha dei modi burberi sollecitati e autorizzati da mia madre che ormai quando la chiamo mi chiede prima come sta Brian e poi come sto io, ma vabbè torniamo a noi. Il mio percorso filava dritto finalmente stavo bene pur essendo in galera, e questo reparto sapeva di casa. Tutto fino al 13 dicembre e questa fu la 2 volta in cui dovetti ricominciare dove a trasferimmo a Bollate e li e come se la nave si fosse incagliata e fummo costretti a ricominciare, ma parlo per me cambiava solo il posto e il fatto che i gruppi erano ridotti quindi non ne risenti più di tanto, anzi il carcere offriva la possibilità di frequentare gruppi nuovi e interessanti es. comunicazione e marketing, informatica, pianoforte. Bollate è un altro mondo e un’altra galera e di questo me ne resi conto al rientro a San Vittore, dove nonostante fosse  un trasferimento organizzato e non d’emergenza i miei compagni trovarono una nave distrutta. Questa è la terza volta che ricomincio e anche male perché già dal casellario mi vengono tolti i miei adorati libri e anche una foto della mia famiglia fatta a San Vittore e vabbè tra schede che non arrivano, 1 chiamata al posto di 3,  se non fosse che ormai grazie a Olga e la mindfullness ho la pazienza di un monaco se no sarei in isolamento o chissà dove…. Sta di fatto che la nave è salpata ancora dal suo porto e speriamo che il viaggio continui nel migliore dei modi.