Sono recluso da nove mesi a San Vittore, intervallato da tre mesi di Bollate e, da due mesi, sono in una sezione chiamata “La Nave”. Come scrivevo prima, in quest’anno, ne ho viste e sentite di ogni tipo.Una delle cose che più mi ha impressionato è la pretesa di diritti sulla propria dignità umana. Più di una volta mi sono chiesto in prima persona: con che coraggio pretendo i miei diritti, se, per buona parte della mia vita, dei diritti degli altri, non me ne sono mai interessato? Non sarei un ipocrita? Ho sentito spesso abusare della parola “dignità”, rivolta verso gli istituti penitenziari, da certi telegiornali, da specie di giornali che vengono regalati qui a San Vittore, che, aperta parentesi, mi rabbrividisce il fatto che qualcuno usi i suoi soldi per comprarli. Ma dei soldi degli altri non m’interessa, della dignità, si. Non esiste carcere dignitoso, non esiste istituto che rispetti i diritti di chi ne è recluso. Quindi, mi sorge un’altra domanda: a cosa serve e a chi serve la reclusione? La risposta che mi sono dato è che il carcere, sia che vuoi, sia che non vuoi, ti cambia. Ognuno di noi può usare quel cambiamento in modo giusto o sbagliato. Mi viene un’altra domanda: cos’è giusto o sbagliato in un cambiamento che ti travolge ma che non scegli? La risposta è: niente! Tutto è relativo e soggettivo. Da poco è stato approvato un disegno di legge che, da quel poco che si capisce, leggendo quella specie di giornale e guardando alcune specie di telegiornali, dovrebbe prevedere delle agevolazioni per noi tossicodipendenti. Il tempo ci dirà quali saranno. Io alla fine sono arrivato, a pensarla così: non del DDL, non dei diritti, non della cura ma, della dignità. La parola “detenzione” presso qualsiasi istituto, reparto, sezione, cella carceraria è l’esatto opposto del concetto di dignità.
Anonimo
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