Trovare un posto felice per me è difficile.
Ci sono tanti posti felici che ricordo ma ne ho uno in particolare di posto felice che ho visto solo una volta da bambino. Il ricordo si associa a un profumo: La lavanda. Ritorna in mente un viaggio con mio padre verso Rovigo, uno o, forse, l’unico, che abbiamo intrapreso insieme come padre e figlio, cui sono molto legato. Un viaggio solo noi due. Stavamo andando a prendere mia sorella dai miei zii materni dopo che lei aveva fatto una piccola vacanza insieme con loro. Viaggio tranquillo, Lucio Battisti nel mangiacassette della 128 di mio padre, colorata a pennello di color panna. La strada e il tempo sembravano non finire mai. Da un lato della strada vi erano pannocchie, dall’altro grano a perdita d’occhio. Chiesi a mio padre se potessi abbassare il finestrino perché non aveva l’aria condizionata e il mese di agosto rendeva il viaggio caldo e afoso. La mia mano faceva resistenza con l’aria e giocavo a fare le onde. La macchina intraprese una rotatoria con un grande traliccio che a me pareva una torre di ferro che s’innalzava verso il cielo. Cercai di espormi dall’altro finestrino e, cercando di abbassare anche quello, mi accorsi che mio padre stava ripetendo la rotatoria e potei vederne tutti i lati, lo fece più volte. A un certo punto si fermò poco più avanti in una piccola strada sterrata chiusa da una sbarra rossa e bianca. Scende dalla macchina lasciando il motore acceso e viene verso me aprendomi la portiera e con un sorriso mi disse di scendere e di stargli vicino che dovevamo fare un regalo alla mamma. Tutto eccitato, eseguo le sue direttive come ordini a un soldato senza mai lasciargli la mano e, attraversando la strada, raggiungemmo quella torre di ferro in mezzo a quella rotonda. Era completamente circondata da lavanda, il suo profumo avvolgeva ogni cosa attorno a me e i suoi gambi quasi mi solleticavano il mento da quanto erano alti. Mio padre prese il suo fedelissimo coltellino svizzero e ne comincio a tagliare a grossi mazzi i gambi. A me faceva molto ridere la cosa: immaginavo mio padre come un contadino che falcia il grano come nelle pubblicità. Tornati in macchina mio padre mi fece sedere sul sedile davanti, in quel momento mi sentivo grande. Con dei fili d’erba avvolgemmo dei piccoli mazzetti. Ripartimmo facendo sgommare un po’ gli pneumatici e la mano di mio padre per qualche instante mi fece da cintura di sicurezza. Quel profumo, ritornati a casa dopo il recupero di mia sorella, ha accompagnato tutto il viaggio di ritorno e anche quando siamo ritornati a casa, ogni volta che aprivamo un armadio o mi affacciavo al balcone o semplicemente ci guardavamo negli occhi, non ci ha mai abbandonato. Ma la cosa che più mi rende felice è quella cintura di sicurezza che fino ad oggi non mi ha mai abbandonato.
Nauta Carmelo
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